Qual è la vera storia del Bloody Mary: storia e chi l’ha inventato
Il Bloody Mary è uno dei cocktail più iconici e amati al mondo, ma la sua origine si perde tra misteri e leggende. Diverse storie e personaggi si contendono la paternità di questo celebre drink a base di vodka e succo di pomodoro, arricchito con spezie e altri condimenti. Facciamo luce sulle varie teorie sulla sua invenzione, passando dai primi anni del XX secolo fino ai racconti più recenti. Scopriremo chi sono i protagonisti che hanno contribuito alla creazione e alla popolarità del Bloody Mary, dalle intuizioni di barman visionari come Ferdinand Petiot, alle influenze di figure iconiche come Ernest Hemingway.
L’origine del Bloody Mary
Il Bloody Mary è un cocktail iconico il cui nome è ispirato a Maria Tudor, regina d’Inghilterra, soprannominata dai protestanti “La Sanguinaria” per le violente persecuzioni da lei perpetrate. Durante il suo regno si contarono ben 283 esecuzioni per eresia. Nonostante alcune fonti dei primi libri di miscelazione italiani del dopoguerra suggeriscano che il cocktail sia stato creato negli anni Venti, nessun autore, da Harry Craddock nel 1930 a Frank Meier nel 1936, menziona il Bloody Mary nelle loro opere fondamentali sulla miscelazione, rendendo questa teoria poco probabile.
È necessario avanzare di qualche decennio per trovare una spiegazione più plausibile. Secondo la tradizione, sarebbe stato il barman francese Ferdinand Petiot a inventare il Bloody Mary, modificando un precedente cocktail creato da George Jessel. Petiot lavorava al Saint Regis Hotel di New York e tra i suoi clienti c’era l’attore americano Jessel. Secondo alcune fonti, la ricetta originale di Jessel, risalente al 1939, era un semplice mix di vodka e succo di pomodoro, utilizzato come “pick me up” dalla sua compagnia teatrale. Tuttavia, Petiot affermò in un’intervista del 1964 di aver aggiunto alla miscela base sale, pepe di cayenna, pepe nero, salsa Worcestershire, succo di limone e ghiaccio tritato, creando una versione più complessa del cocktail. Sebbene riconoscesse il contributo di Jessel, Petiot reclamò il merito di questo “twist” che rese il Bloody Mary un drink immortale. Il nome sarebbe stato un omaggio a una cameriera irlandese dai capelli rossi che lavorava al Bucket of Blood Saloon di Chicago.
Ma come in tutte le storie intriganti, c’è un colpo di scena. Una terza versione vede protagonista Ernest Hemingway. Dopo il Mojito, il Daiquiri e il Martini, lo scrittore americano potrebbe aver avuto un ruolo anche nel Bloody Mary. Nel 1925, mentre soggiornava al Ritz di Parigi, Hemingway frequentava il Petit Bar, poi ribattezzato Hemingway Bar in suo onore. Si racconta che alla liberazione di Parigi, nell’agosto del 1944, Hemingway, accompagnato dal colonnello David Bruce, fu uno dei primi clienti del bar. La leggenda narra che, a causa della quarta moglie Mary Welsh, Hemingway cercasse un drink che non lasciasse tracce di alcol nell’alito. Il barman Bernard Bertin Azimont creò per lui un long drink a base di succo di pomodoro e vodka, aromatizzato con spezie per coprire l’odore dell’alcol. Hemingway, soddisfatto, avrebbe esclamato il giorno dopo: “Quella maledetta di Mary non si è accorta di niente”, dando così al cocktail il nome di Bloody Mary.
Le varianti del Bloody Mary
Passiamo ora alle varianti del Bloody Mary. Una delle più famose è sicuramente il Red Snapper, identica a quella del Bloody Mary con vodka. Secondo alcune fonti, il nome sarebbe stato temporaneamente cambiato dallo stesso Ferdinand Petiot per evitare la volgarità del termine “bloody” (maledetto) che poteva offendere i borghesi puritani americani. L’uso del gin nel Red Snapper è probabilmente postumo e potrebbe risalire al periodo in cui il nome originale del cocktail a base di vodka fu ripristinato.
Un’altra variante con vodka fu codificata nel 1951 da Jack Townsend, che aggiunse angostura alla ricetta base di vodka, pomodoro e succo di limone. David Embury, nel suo “Fine Art of Mixing” del 1952, descrisse il Bloody Mary come “un classico esempio di combinare in una pozione sia il veleno che l’antidoto”, a sostegno della reputazione del cocktail come “salva sbornia”.
Numerose altre varianti sono state create nel corso degli anni: il Bloody Maria con tequila, documentato per la prima volta nel 1972; il più recente Bloody Geisha con sake; e il Brown Mary con whiskey. Una variante italiana del cocktail fu sperimentata con successo dall’autore nel 2009, aromatizzando una vodka biologica con origano pugliese e eliminando la salsa Worcester. La decorazione prevedeva uno stecco con cinque mozzarelle ciliegine e un peperoncino rosso in cima, accompagnato da un ciuffo di basilico. Il cocktail, chiamato Bloody Margherita, veniva servito con pezzi di focaccia bianca, richiamando i profumi della famosa pizza. Le varianti ispirate a piatti di cucina non mancano. Ad esempio, un bar newyorkese allunga il Bloody Mary con acqua di cottura delle vongole.